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sabato 30 maggio 2015

309 - LA CORRUZIONE NEL CALCIO ITALIANO




Dal sito www.andreascanzi.it

IL FANGO DEL CALCIO
Carlo Petrini è stato uno degli attaccanti più noti degli anni Settanta. Nell’80 fu coinvolto nello scandalo del calcio-scommesse. Oggi, con i suoi libri, ha raccontato che doping, partite combinate e falsi in bilancio non sono l’eccezione ma la norma nel calcio. Ha spiegato perché nell’80 la Juve non andò in B. Ha indagato sulla morte di Donato Bergamini. Ed è stato isolato.

La sua autobiografia, Nel fango del dio pallone, ha fatto molto discutere.
C’è la mia vita e tutto quello che nel calcio si fa ma non si deve dire. Il doping, le partite combinate, le scommesse, il falso in bilancio. E le sole cose che i calciatori hanno in testa: sesso e macchine. Mi sono sposato a 19 anni e da calciatore ho avuto almeno un rapporto extra-coniugale a settimana. Come quasi tutti i calciatori. Sono stato una pecora nera in mezzo a pecore nere. Di pecore grigie ne ho conosciuta qualcuna, di pecore bianche nessuna. Le partite aggiustate si sono sempre fatte e si continuano a fare. Ne ricordo una, Padova-Genoa del ‘66, avevo 18 anni. Anche il doping. Già nei Sessanta ci facevano “iniezioni ricostituenti”, usando la stessa siringa per più persone. Testavano su di noi strane alchimie. Non sapevamo cosa ci davano, ma non dicevamo di no: doparsi significava giocare. Per Verona-Genoa, il 2 giugno ’68, io e altri quattro fummo dopati con un liquido chiaro contenuto in una bottiglia dell’Orangina. In campo correvamo il triplo degli altri, poi però continuavamo a essere “carichi” anche molte ore dopo. Occhi sbarrati, bava verde alla bocca, battito a mille. Nessuno si lamentava e all’antidoping non c’erano problemi, avevamo bottigliette di urina pulita nascosta sotto gli accappatoi.

Oggi la situazione è migliorata?
Non migliorerà mai fino a quando ci saranno Moggi, Galliani e Carraro. Ne I pallonari (2003) e Senza maglia e senza bandiera (2004) ho raccontato combine, doping e truffe finanziarie dagli Ottanta ai giorni nostri. Ho anche pubblicato le deposizioni dei giocatori juventini al processo doping, fossi in loro sarei terrorizzato. Il rischio è che tra 20 anni i calciatori di oggi si ammalino gravemente, come è successo a tanti miei amici. Penso a Taccola, Beatrice, Rognoni, alle molte morti di leucemia e sindrome laterale amiotrofica. E’ dimostrato che l’incidenza di queste malattie sui calciatori è maggiore. Ogni giorno temo di svegliarmi e non sentire più le gambe. Quando arrivai al Milan mi fecero le visite e mi dissero: “Ma cosa le hanno dato a Genova? Stia attento alla vista”. Nel ’91, a 43 anni, un glaucoma mi ha portato via l’occhio sinistro, e dal destro vedo pochissimo.

I suoi libri circolano molto, ma sono stati recensiti pochissimo.
Hanno venduto decine di migliaia di copie, specie Nel fango del dio pallone (2000). Se Kaos continua a pubblicarmi è anche perché funziono. I giornalisti non mi hanno appoggiato, ma lo sapevo. “La Gazzetta dello Sport” ha recensito la mia autobiografia giusto per darmi del poveraccio. Rai Educational voleva farne un film. Poi è arrivato il direttore, Minoli, juventino e amico di Moggi. Il film non è mai andato in onda.

Lei è nato a Monticiano, a trenta chilometri da Siena. E’ anche il paese di Moggi.
Kaos ha pubblicato una sua biografia, Lucky Luciano. Gli autori, un gruppo di giornalisti, si sono celati dietro pseudonimo altrimenti perdevano il lavoro. E’ un altro libro che nessuno ha recensito. Nel ’79 Moggi, ex ferroviere, era alla Roma e fu sorpreso a cena con l’arbitro prima di Roma-Ascoli. Nell’80 era direttore generale alla Lazio, in pieno calcio-scommesse, e lui “non ne ha mai saputo niente”. Nell’82, quando era al Torino, fu condannato a quattro mesi per omicidio colposo, probabilmente un incidente d’auto mortale. Dall’87 al ’91 era nel Napoli di Maradona, nello spogliatoio gravitavano droga e camorra ma lui “non ha visto niente”. Torna al Torino di Borsano. Il 5 maggio ’91 è sorpreso a cena con l’arbitro D’Elia. Nell’estate del ’92 compra tre sedicenni ghanesi: l’operazione è vietata perché minorenni, lui li fa assumere come fattorini della holding di Borsano. Poi c’è il crac societario e la magistratura scopre che Moggi in almeno tre casi ha regalato tre prostitute alle terne arbitrali che avrebbero diretto il Torino in Coppa Uefa. Lui replica che le prostitute in realtà erano “interpreti”. E’ indagato per favoreggiamento della prostituzione e illecito sportivo. Non solo: rinviato a giudizio per frode fiscale, Moggi patteggia per evitare il processo e se la cava con 5 milioni di multa. Qualsiasi paese avrebbe cacciato una persona simile. Invece in Italia lo hanno premiato, e dal ’94 Moggi è alla Juventus.

Nella sua autobiografia c’è il racconto di Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980.
Ero arrivato a Bologna nel ’79. Il giovedì prima della partita il ds del Bologna, Riccardo Sogliano, ci avvertì che le due società si erano accordate per il pareggio. Tutto lo spogliatoio era d’accordo, e tutti del Bologna – tranne Sali e Castronaro – decisero di scommettere 50 milioni sul pareggio. I giocatori della Juventus ci dissero di non avere scommesso perché “il colpo l’abbiamo fatto già due settimane fa con l’Ascoli”. Chiesi a Trapattoni nel sottopassaggio di rispettare i fatti, avevamo giocato insieme con Milan e Varese: mi disse di stare tranquillo. Il primo tempo fu indecente, il pubblico ci fischiò. Nel secondo Causio fece un tiraccio e il nostro portiere Zinetti si impaperò: 1-0. Non esultò nessuno, neanche Causio, crebbe il nervosismo. Entrai dalla panchina. Prima di un corner per noi, Bettega disse che ci avrebbe pensato lui a farci pareggiare. Subito dopo Brio deviò di testa nella sua porta il calcio d’angolo. La combine fu palese. L’11 febbraio 1980 si giocava Bologna-Avellino. Io, Dossena, Colomba, Paris, Zinetti e Savoldi scommettemmo sul pari senza avvertire la squadra. Non funzionò, Savoldi segnò e non ci fu tempo per pareggiare. Su quella partita avevano scommesso in tanti, il banco del totoscommesse saltò. Massimo Cruciani e Alvaro Trinca, che gestivano le scommesse da Roma, denunciarono tutto. Furono i grandi accusatori del calcio-scommesse dell’80, che portò Lazio e Milan in B e costò giorni di carcere ad alcuni colleghi (Giordano della Lazio, ad esempio) e anni di squalifica a personaggi famosi, tra cui Paolo Rossi.

Finiste sotto inchiesta.
La nostra “fortuna” era che avevamo pareggiato con la Juventus, per questo non finimmo in carcere. Cruciani lo conoscevo dai tempi di Roma, era un venditore di frutta e verdura amico dei calciatori e del clero, ci portava in Vaticano a fare spese per risparmiare quando giocavo a Roma. Trinca era un ristoratore rifornito da Cruciani, nel suo ristorante c’erano sempre calciatori di serie A. I rapporti con Cruciani li tenevo io al telefono, ho raccontato tutto nel libro. Nessuno mi ha querelato perché quello che ho scritto è tutto vero. Cruciani depose alle prime udienze e fu lui a inchiodare Rossi. I giocatori del Bologna mi stavano isolando, ero il più vecchio del gruppo, avevo 32 anni e gli altri 5 della combine fallita con l’Avellino mi chiesero, in cambio di denaro, di assumermi tutte le colpe. Non accettai. Poi arrivò il nostro turno. Dal confronto con Trinca uscii malissimo. Sapevamo che, se Cruciani si presentava, noi e la Juve eravamo spacciati. Il presidente bianconero Boniperti e l’avvocato Chiusano, venerdì 23 maggio 1980, mi avvicinarono dopo un’udienza del processo di Milano e mi dissero di trovare Cruciani per convincerlo, in cambio di “qualsiasi cifra”, a non presentarsi l’indomani in aula. Ci trovammo con gli altri indagati del Bologna a casa della mamma di Dossena, che abitava a due passi da San Siro, e con Cruciani ci accordammo per le ore 23 davanti al cancello 5 dello stadio di San Siro. Arrivai all’appuntamento travestito da vecchio, con gli occhiali e la gobba, se mi trovavano era finita, ma convinsi Cruciani a non presentarsi in aula. Ecco perché la Juventus non è andata in B. In un certo senso è “merito” mio.

Quale fu la sentenza?
Pene blande per me, Savoldi e Colomba per Bologna-Juve, nulla ai bianconeri e alle due società. Il contrario per Bologna-Avellino: squalifica di un anno al presidente rossoblu Fabretti, cinque punti di penalità al Bologna, tre anni di squalifica a me e Savoldi. Assolti gli altri.

Perché ha raccontato tutto questo?
Per troppa fame di soldi, dopo avere smesso di giocare, avevo perso tutto. Mi cercavano gli usurai, mi sono nascosto per anni in Portogallo e Francia. Mentre ero all’estero, il mio terzo figlio Diego è morto a 19 anni e io, per paura della malavita, non ho neanche avuto il coraggio di salutarlo un’ultima volta. Era il 18 giugno ’95, da allora vivo con un rimorso indicibile. A novembre ’98 ho incontrato Moggi a Monticiano, mi ha proposto di fare l’osservatore alla Juventus. Avevo appena iniziato l’autobiografia, i soldi di Moggi mi avrebbero fatto comodo, ma accettare significava diventare uno dei tanti suoi zerbini.

C’è un libro particolare, nella sua produzione: Il calciatore suicidato (2001).
E’ la cosa a cui tengo di più, spero sempre che un magistrato lo legga e riapra l’inchiesta. Donato Bergamini era un calciatore del Cosenza, serie B. E’ morto il 18 novembre 1989 a 27 anni. Si sarebbe buttato volontariamente sotto un camion sulla Statale Ionica, in realtà venne ucciso. Probabilmente dalla ‘ndrangheta locale. Nel libro, un’inchiesta giornalistica puntigliosa e rischiosa, ho ricostruito tutto. Qui mi limito a dire che qualche anno fa il Cosenza Calcio è stato messo sotto inchiesta per associazione a delinquere, ed era la stessa gente che c’era ai tempi di Bergamini. Il pullman del Cosenza era usato per portare la droga dal sud al nord e anche la Maserati di Bergamini, conosciuta e “autorizzata” anche dalle forze dell’ordine, serviva come tramite. La mia idea è che alcuni giocatori più smaliziati, come Marino e Padovano, poi a Napoli e Juve grazie a Moggi, sapevano che quella sera Denis sarebbe stato punito, ma non sapevano che sarebbe stato ucciso. Probabilmente Bergamini, l’ingenuo del gruppo, voleva uscire da quel giro.

Sta scrivendo altre cose?
Il mio quinto libro, sempre per Kaos, uscirà a giugno. Parla anche del misterioso superfischietto che frequentava il Viva Lain, il centro di “massaggi” torinese dove andavano giocatori di Juve e Torino. La stampa non ha mai fatto il suo nome. Io sì: Pairetto, l’attuale designatore degli arbitri. Ognuno della sua vita privata fa quello che vuole e io sono l’ultimo che può parlare, ma non è singolare che il designatore degli arbitri di serie A e B frequentasse proprio lo stesso centro “caro” alla Juventus?





Dal sito www.disinformazione.it

La massoneria e lo scandalo del calcio scommesse del 1980 nell’autobiografia di Petrini, di Giuseppe Ardagna
Lo scandalo delle scommesse legate alle partite di calcio scoppia agli inizi del 1980. Quella che, all’opinione pubblica, sembra un fulmine a ciel sereno, risulta però essere per gli addetti ai lavori la risultante di un percorso partito parecchi anni addietro e che ha trovato il suo periodo di maggior fulgore negli anni settanta. D’altronde non c’è da stupirsene. Soldi e pallone sono sempre andati a braccetto. Ma questa volta è diverso: questa volta indaga la magistratura che porta davanti ai giudici dirigenti, giocatori, scommettitori. In Italia ( paese in cui da sempre puoi toccare tutto tranne il sacro giocattolo) scoppia un putiferio senza pari. Si capisce sin da subito che non sarà possibile venirne fuori con una sentenza che permetta una frettolosa ripulita in superficie, ma che bisognerà dare una “punizione esemplare”. Tutte le squadre coinvolte, chi più chi meno, tutti i giocatori implicati subiranno la loro brava condanna, ma di calcio scommesse si tornerà già a parlare pochissimo tempo dopo l’emissione della sentenza. Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.
Ma non è precisamente del calcio scommesse che vogliamo occuparci in queste pagine, il calcio scommesse è un’altra storia.
Vogliamo occuparci di alcuni lati connessi ad esso.

Vent’anni dopo i fatti testé menzionati, l’ex calciatore Carlo Petrini da alle stampe la sua autobiografia all’interno della quale spiega ( senza risparmiare dettagli) l’odissea del suo coinvolgimento nello scandalo delle partite truccate. In queste pagine si parla del suo grande accusatore ed ex amico, l’allibratore Massimo Cruciali. Ufficialmente Cruciani, stando alle parole di Petrini, gestisce un ingrosso di orto frutta, ma gode di agganci ed “entrature” notevoli. L’ex giocatore racconta dei rapporti del commerciante romano con il Vaticano arrivando ad aggiungere che un giorno avrebbe anche potuto fargli conoscere il Papa: “Cruciani veniva spesso a Grottaferrata, era in confidenza con tutti i giocatori. Anche perché, grazie a lui, riuscivamo a fare lo shopping nello spaccio del Vaticano . Nella cittadella del Papa c’era ogni ben di Dio e costava tutto la metà. Non so se Cruciani fosse parente di qualche prelato, o se avesse qualche lasciapassare speciale:so che ci faceva entrare in Vaticano con i nostri macchinoni perfino a fare il pieno di benzina ad un prezzo divino. Un giorno, mentre mi accompagnava nella città santa a fare lo shopping scontato , Cruciani mi disse: -posso farti avere un udienza privata dal Papa[…]” Cruciani, che all’apparenza sembra essere un agiato commerciante di generi alimentari, pare in realtà una persona potente, uno che sa cosa chiedere e sa a chi chiederla. Ma Cruciani gode di amicizie anche nel mondo del pallone. Più precisamente si mantiene in contatto con il presidente della Figc Artemio Franchi . Cruciani gestisce dunque un giro di scommesse legate al mondo del calcio, è legato a filo doppio col Vaticano, di cui gode e fa godere i favori, ed è in contatto con l’esponente massone (P2) della Figc.

Ma fra le tante conoscenze di Petrini nel periodo romano, ce n’è una in particolare: quella di un certo Roberto (il cognome non lo si saprà mai): “[…]avrà avuto fra i trenta ed i quaranta anni […]non seppi mai che lavoro facesse Roberto, ma scoprirò poi che era un uomo molto potente e soprattutto informatissimo”. Teniamolo a mente questo nome, Roberto, perché ci ritorneremo. Calcio, personaggi ambigui, esponenti massoni, scommesse e soldi. Tanti soldi. Di massoneria Petrini parlerà apertamente in merito alla possibilità di formare una squadra che coinvolga nel proprio organico i giocatori squalificati in seguito alla sentenza del processo per il calcio scommesse fra i quali figurano, è bene ricordarlo, giocatori che poi diverranno eroi nazionali come Dossena e Rossi campioni del mondo nel 1982: “[…] in autunno saltò fuori l’idea di mettere su una squadra di calcio formata da noi giocatori squalificati per il calcio scommesse, che facesse partite di beneficenza in giro per il mondo.[…] il primo contatto concreto fu per una partita amichevole in Svizzera, con il Basilea. Mi ricordo che mentre eravamo in un albergo milanese per definire gli ultimi accordi con i dirigenti della squadra elvetica arrivò il veto della Figc. La federazione aveva mandato a tutte le federazioni dell’Uefa un telegramma nel quale le invitava a non accogliere la nostra squadra nei loro stadi. Protestammo contro il colpo basso della Figc e provammo a non arrenderci, la nostra iniziativa stava trovando parecchi sostenitori. Mi telefonò un avvocato di Roma ( non ricordo il nome), mi parlò della possibilità di organizzare il tutto sotto il patrocinio della croce rossa internazionale e mi propose di incontrarci perché lui avrebbe potuto aiutarci. Andai a Roma nello studio dell’avvocato. Mi disse che c’era gente importante disposta a sostenerci, fece il nome della moglie dell’ambasciatore americano in Italia, dell’attore Rossano Brazzi e di altri, accennò alla possibilità di portare la nostra iniziativa alla televisione (cosa che puntualmente avvenne a -Domenica in- ndr) parlò della massoneria[…]”.

Dopo la comparsata in tv, Petrini torna nello studio dell’avvocato romano e ci trova nuovamente quello strano personaggio: Roberto: “Quando tornai nello studio dell’avvocato per ringraziarlo ci trovai Roberto, il mio strano informatore. Ad un certo punto arrivò un signore che mi venne presentato come il principe Borghese”.
Petrini dice di incontrare una persona che gli viene presentata come il principe Borghese. Pur non specificando di chi si tratti, sembra evidente che il nostro si riferisca al comandante della Decima Mas, altro massone (P2 ) oltretutto golpista.
La massoneria, più altri personaggi, che sembrano essersi presi a cuore le sorti dei giocatori usciti con le ossa rotte dallo scandalo scommesse. Perché? Nelle pagine seguenti Petrini racconta la sua lenta ma inesorabile discesa agli inferi ma facendo questo non dimentica di menzionare chi gli da una mano per tentare di risollevarsi su. Fra questi figura Alberto Teardo, altro massone iscritto alla P2.
Come se non bastasse la commedia data in pasto all’opinione pubblica per placarla sullo scandalo del calcio scommesse, diventa farsa nel 1982 con la vittoria dell’Italia ai campionati del mondo: “[…] dopo la vittoria della nazionale italiana ai mondiali di Spagna, ai primi di Luglio, la federcalcio decise di perdonarci tutti con un’amnistia[…]”.
Tutto finito insomma. Di calcio scommesse e di sentenza esemplari non si parla più dopo il 1982. Col senno di poi, sembra quasi che sia stato un bene che non si sia giunti alla formazione di una squadra formata dai giocatori squalificati. Sembra quasi che la Figc, col veto imposto, abbia voluto dire: state calmi e non fate niente, che le cose le sistemiamo noi”. E le hanno sistemate.










Dal sito www.storiedicalcio.altervista.org

CARLO PETRINI: "ECCO COME CI DROGAVANO"
Carlo Petrini, la gola profonda del calcio anni 60/70. I retroscena del doping sfrenato di quegli anni che ha portato a diverse morti "sospette"
Intervista di Gianni Melli

"Iniezioni e flebo, vent' anni fa prendevamo di tutto: al confronto ormoni e creatina sono caramelle"
"Ho cambiato pelle dalla morte di Diego. Tumore al cervello. Porto dentro il rimorso di non averlo visto vivo: ero fuggito in Francia nel 1989, spaventato dalle minacce di gente pericolosa, dopo il fallimento di alcune finanziarie che si sono mangiate anche i risparmi della mia attività professionistica".

Quanto?
"Miliardi. Un pacco di quattrini buttati via, poi una villa a Catanzaro e altri immobili sacrificati nella voragine del dissesto. Fossi arrivato accanto a Diego, avrei rischiato la pelle e, soprattutto, messo a repentaglio l'incolumità della moglie e degli altri due figli. Oggi me ne pento e i guai servono paradossalmente ad alleggerire gli incubi. Sto diventando cieco a causa di due glaucomi. Prima sono stato rovinato dalle donne? Prima cercavo l'impossibile, sicuro di non sbagliare mai, di poter vivere impunito, al di fuori d'ogni regola. Centravanti nato, avevo talento e avrò realizzato un centinaio di gol, fra A e B, senza fare un sacrificio lecito per il football".

Cominciamo dal Genoa, la società che lancia Petrini.
"Sono figlio d'un muratore e d'una casalinga. Mio padre è morto a quarant'anni, tetano. Anche l'unica sorella morì sedicenne di diabete. Sembrava andare meglio a me: proveniente dal vivaio, entrai in prima squadra il 6 gennaio 1965, Genoa - Pro Patria di serie B. Tuttavia i fatti strani arrivano nella stagione successiva, allenatore G.G. e, vice, mister V. Perdevamo spesso e occorreva qualche soluzione per risalire in classifica. Allora qualcuno in società prepara le punture "rigeneranti". Sono iniezioni di non so quali sostanze associate; il liquido prevalente, all'interno della siringa, è rosso acceso. Noi accettiamo le siringate durante la settimana e prima d'ogni partita. E' per il bene del Genoa. Ricordo che nel ritiro di Ronco Scrivia le dosi aumentarono, ci iniettavano queste sostanze una volta al giorno. Ricordo Giuliano Taccola, bianco come un cencio e poi paonazzo al termine d'una partita di quel tormentato campionato. Era adagiato sul lettino dello spogliatoio e, tutt'intorno, noi compagni avevamo paura. Respirava a fatica. Giuliano, passato alla Roma, morì circa due anni dopo. Noi eravamo paurosamente bombati: al confronto, creatina e ormoni della crescita diventano caramelle".

E i controlli antidoping?
"I medici preposti alle pipì avevano zero possibilità di scoprire i nostri imbrogli. Avevamo pronti tre accappatoi con doppia tasca e facevano pipì in una provetta da clistere quelli che non giocavano. Chi doveva presentarsi, nascondeva la provetta sotto l'accappatoio e ne spremeva il contenuto nel barattolo federale. Nessun medico, finchè sono rimasto in attività, avvertì l'obbligo d'accertare, da vicino, cosa cavolo combinassimo nel ripostiglio, davanti al rubinetto dell'acqua. Nessuno controllava gli accappatoi e, spesso, allungavo la pipì con l'acqua per sbrigarmi. Come gli altri. E la buffonata dura da decenni, mi risulta che poco o niente sia cambiato".

Poi la stagione degli spareggi per evitare la C. Giusto?
"Sì, il Genoa s'affida prima a F. e poi quindi a C., senza fortuna. L'annata disastrosa ci porta agli spareggi: quattro squadre che hanno due posti per salvarsi dal baratro. E' giugno inoltrato: tornano a somministrarci un cocktail di farmaci, tenuto dentro bottigliette rotonde di vetro, con tappi adatti per l'aspirazione della siringa. Era già successo durante il campionato, sul neutro di Ferrara, dove disputammo Verona - Genoa. In quell'occasione, avevano scelto cinque di noi, cinque cavie. Il liquido era chiaro, filature gialle e rosse. Ci siringarono un'ora prima dell'inizio della partita e ci raccomandarono di fare un riscaldamento lento, senza scatti. Dopo venti minuti mi scoppiò il fuoco in corpo, ero un assatanato che, saltando, arrivava al soffitto dell'androne dello stadio ferrarrese, alto quasi tre metri. In campo ci ritrovammo trasformati, saltavamo addosso agli avversari con la lingua gonfia e una bava verdognola attaccata alla bocca. Credo non cambiassero nemmeno gli aghi delle siringhe. Di certo, le "bottigliette miracolose" non erano sterilizzate. Passavano il batuffolo di cotone, imbevuto in un pò d' alcool e ci facevano la puntura. Così, pieni di propellenti, arrivavamo pure dove non si poteva, ignorando la soglia della fatica. Scatenati, inesausti e insonni fino alle quattro - cinque del mattimo. Infine stremati, dentro a un bagno di sudore".

Il primo spareggio è Genoa - Venezia, 36 gradi dentro lo stadio di Bergamo. Qualche retroscena inquietante?
"In quell'occasione un mio compagno volle esagerare: una siringata prima del via e un'altra, identica, durante l'intervallo. Beh, schierato accanto a me, prendeva botte, si proponeva e reagiva senza un attimo di respiro. Pareva Pelè, un drago. Il suo cuore arrivava a un livello pazzesco di battiti e accelerava sempre. Restammo in B, ma per fortuna saltai gli ultimi tre spareggi per infortunio. Fu un bene, mi venne risparmiato l'avvelenamento totale subito dagli altri. Più tardi, li mandarono a San Pellegrino per disintossicarsi; successivamente, ritenuti cotti e inservibili, vennero ceduti nelle categorie inferiori. A me toccò il Milan, collocazione prestigiosa".

Petrini, a quel punto lei era a un passo dalla gloria. O no?
"Purtroppo no, la partenza fu difficoltosa. Bloccato da uno strappo alla gamba destra, mi sottoposi ad interminabili sedute di Rontgen terapia. La stessa di cui parla Saltutti, quando accenna alle radiazioni che avrebbero provocato la leucemia di Beatrice. Mi sono venuti i brividi. Terapie a parte, nel Milan ho avuto la sensazione di recuperare un pò di normalità. Certo, realizzai appena due reti per dieci presenze, ma partecipai alla vittoria rossonera in Coppa Campioni. Nereo Rocco mi stimava, mi ripeteva che cambiando testa avrei sfondato. Giocai a Malmö, contro gli svedesi. E nella domenica seguente non ci fu nessun controllo antidoping per il Milan. Era una prassi sottintesa per le formazioni italiane impegnate in Europa durante la settimana".

Il declino parte da Varese?
"Ero stato operato di menisco al ginocchio destro e nel nuovo ambiente trovai un dottore, medico di fiducia d'uno straordinario campione. Arrivò a praticarmi tre infiltrazioni quotidiane nella caviglia, visto che mi ero anche procurato una grossa distorsione nel ritiro precampionato. E poichè il ginocchio sotto sforzo si gonfiava, le infiltrazioni diventarono quattro per due settimane consecutive. Non so quale mistura mi rifilasse; so che ora quando cambia il tempo mi riprendono dolori lancinanti alle caviglie e alle gambe. E che in Francia mi è stato diagnosticato un glaucoma che s'è divorato l'occhio sinistro. Anche l'altro bulbo oculare è pressochè distrutto per lo stesso motivo. L'ho appreso nel 1989, a 41 anni. Ora non posso guidare, nè attraversare una strada al tramonto. I medici francesi mi riferirono che questa malattia, causata dall'incremento della pressione interna, colpisce in genere i vecchi, gli ultrasettantenni. Possibile che le numerose visite d'idoneità professionale non abbiamo riscontrato niente? Squalificato per colpa del Totonero, ripresi dopo quarantadue mesi fra Rapallo, Cuneo e Savona. E, probabilmente, i miei problemi dipendono da tutte le porcherie ingurgitate, compresi chili di Micoren, ora proibito dai regolamenti. A Varese si erano inventati una ricetta contro il freddo invernale. Prima della gara, prendevamo due o tre palline di Micoren più un caffè con dentro due aspirine tritate. Il dottore ripeteva che in questo modo portavamo a temperatura giusta i muscoli e avremmo stracciato gli avversari intirizziti".

I romanisti apprezzarono il bomber Petrini. Fuggì presto la stagione 1975-76.
"Nella Roma funzionai abbastanza. Ma anche lì, se volevi una probabilità di trovare posto in squadra, dovevi sottoporti alla rituale flebo del sabato. Il massaggiatore m'avvertì in fretta: "Guarda che è nelle nostre abitudini e non puoi sottrarti alla regola...". A Roma conobbi tante donne e spesso, a poche ore dall'impegno, mi accadeva di fare l'amore in qualche albergo. A Roma basta indossare la maglia giallorossa e tutti s'inginocchiano".

Fu a Cesena il suo primo turbamento.
"Ero agli sgoccioli, vado all'ospedale civile per il chek-up di prassi e l'onestà d'un sanitario mi toglie il sonno. Mette a confronto due lastre e mi fa vedere come dovrebbe essere il ginocchio d'un trentenne. Accanto c'è la radiografia del ginocchio d'un ottuagenario; proprio il mio ginocchio scassato. Ormai sono nel giro e tiro avanti a infiltrazioni, pillole, flebo. Raschio dal barile quanto resta, le ultime energie. Il calcio è una roulette pazza, chi va in disgrazia non rimedia soccorritori". Ecco perchè Petrini affonda senza gridare aiuto.





Dal sito www.ilfattoquotidiano.it
28 dicembre 2011

CARLO PETRINI NON RINUNCIA AD ATTACCARE “SOLDI, TRUFFE E DOPING: È IL CALCIO DI SEMPRE”
L'ex centravanti di Genoa, Milan, Roma e Bologna è alle prese con una malattia difficile da sconfiggere, ma continua a denunciare i mali del calcio di casa nostra. Tra gli altri, se la prende con personaggi noti - come Mazzola, De Sisti e Borgonovo - che non dicono ciò che sanno.
Gli è rimasto qualche desiderio. “Mi piacerebbe bere un caffettino”. Ottiene una brodaglia nerastra allungata con l’acqua. Un fondo in cui leggere e diluire passato e presente. Il campo adesso è un divano, la mobilità un’illusione e l’orizzonte un muro di nebbia. “Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. E’ stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche”.
Ieri, abbattuto dalla leucemia se n’è andato anche Sergio Buso. Saltava da portiere nella Serie A degli anni 70. Quella raccontata da Carlo Petrini, centravanti di Genoa, Milan, Roma, Bologna e di altre stazioni passeggere: “Da mercenario che pensava solo a drogarsi, scopare, incassare assegni e alterare risultati”. Vinse, perse, barò. Scrisse libri su doping e calcioscommesse. Fece nomi e cognomi. Rimase solo. Il Carlo Petrini di ieri non c’è più. Il corpo che un tempo gli serviva per conquistare amori di contrabbando e tribune esigenti tra San Siro e il Paradiso, è un quotidiano inferno che gli presenta conti con gli interessi e cambiali da scontare.
A 63 anni, con il vento che scuote Lucca e non lo accarezza più, non c’è Natale o Epifania possibile. A metà conversazione, mentre lamenta l’abbandono di chi un tempo gli fu amico: “Ciccio Cordova, Morini, non mi chiama più nessuno”, un segno. Squilla il telefono. La voce di Franco Baldini. Il dirigente della Roma. Il nemico di Luciano Moggi. Petrini gli parla: “Ho fatto molta chemio. Sto cercando di superare il male. Io spero, Franco. Spero ancora”. Poi lacrima. In silenzio. Rumore di rimpianto. E di irreversibile.

Petrini, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Un presuntuoso. Un coglione. Uno che credeva di essere un semidio e morirà come un disgraziato. Ero bello, forte, ricco, invidiato. Avevo tutto e ora non ho niente.
Perché?
I miei errori iniziarono a metà dei ’60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell’Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato.
Cosa c’era dentro?
Mai saputo. L’anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan.
Perché non vi ribellavate?
Venivamo da famiglie poverissime. Mio padre era morto a 40 anni, di Tetano. Rifiutare le punture, le pastiglie di Micoren o le terapie selvagge ai raggi X, significava essere eliminati. Fuori dal circo. Indietro, in cantina, senza ragazze o macchine di lusso. Nei nostri miserabili tinelli, con la puzza di aringa che mia madre metteva in tavola un giorno sì e l’altro anche.
Quindi continuò ad assumere sostanze proibite?
Ovunque andassi. A Roma il massaggiatore ce lo diceva ridendo: “A ragà, forza, fa parte der contratto”. A Milano, dove mi allenava Rocco, feci invece i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare. Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: “Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn”.
Di radiazioni Roengten, secondo la famiglia, morì anche Bruno Beatrice.
Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri.
Si muore di pallone?
Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l’anno.
Lei insinua.
Affermo, ma non ho le prove. Nonostante l’impegno di Guariniello, hanno nascosto tutto. Ai nostri tempi le punture le faceva chiunque e un minuto dopo, sentivi un mostro che ti sollevava e ti faceva volare.
Chi ha nascosto tutto?
Allenatori, calciatori, presidenti. Il sistema che ancora foraggia con le elemosine quelli capaci di non tradire. Gente che ogni mattina si alza con la paura e che continua a tacere anche se oggi, grazie agli ‘aiutini’ farmacologici o è una lapide con un’incisione o recita da vegetale.
Di chi parla Petrini?
Di quel piccolo uomo di Sandro Mazzola, che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio. Di Picchio De Sisti, che nega l’evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c’entri nulla. Se non mi facesse piangere, verrebbe da ridere.
E invece?
Sono triste. Vedendo come sei e come potresti essere, persino peggio di ora, ti vengono mille domande senza risposte. Parliamo di gente che non ha respirato amianto o fumi in miniera. Ha inseguito una sfera e muore nell’indifferenza in una guerra non dichiarata. Non sono un dottore, ma non può non esserci una relazione tra le mie malattie e quelle di altri calciatori.
Prova rancore?
A volte li sogno. Con i loro sorrisi falsi. Le loro bugie. Vorrei cancellarli. Non ci riesco.
Lei fu tra i protagonisti del primo calcioscommesse, quello della primavera 1980.
E oggi succede la stessa cosa. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta.
La ‘ndrangheta forse uccise Bergamini. Lei ci scrisse un libro.
Che è servito per riaprire l’inchiesta, dopo più di 20 anni. Bergamini era l’ingenuo, il ragazzo pulito, smarrito in una vicenda più grande di lui. La scoprì, provò a uscirne e lo fecero fuori. Dentro la sua squadra, il Cosenza, c’era chi organizzava traffici di droga. Bergamini era l’anello debole e fu suicidato.
Nel suo libro lei ha intervistato anche il compagno di stanza di Bergamini, Michele Padovano, appena condannato per traffico di stupefacenti. Il padre del calciatore Mark Iuliano lo ha chiamato in causa.
La sua condanna non mi stupisce. A fine intervista, Padovano si alzò di scatto, mi mandò a fare in culo e provò a distruggere la registrazione. Sono sicuro che lui sappia tutto della morte di Denis. Tutto. Bergamini ne subiva l’ascendente. Del padre di Iuliano non so cosa dire, su Mark si raccontavano tante cose, non solo sulla sua presunta tossicodipendenza. Si raccontava che mandasse baci alla panchina rivolti a Montero, un’ipotetica ‘prova’ della sua omosessualità.
Dica la verità. Lei ce l’ha con la Juve, fin dal 1980.
Al contrario. La salvai. Nell’ 80 giocavo con il Bologna. Bettega chiamò a casa di Savoldi e ci propose l’accordo. Tutto lo spogliatoio del Bologna, tranne Sali e Castronaro, scommise 50 milioni sul pareggio. Prima della partita, nel sottopassaggio, chiesi a Trapattoni e Causio di rispettare i patti: “Stai tranquillo, Pedro, calmati”, mi risposero.
Tutta la Juve sapeva?
Certo. Rivedetevi le immagini, sono su Youtube. Finì 1-1. Errore del nostro portiere, Zinetti e autogol di Brio. Bettega ce lo diceva, durante la partita: “State calmi, vi faccio pareggiare io”. La gente ci fischiava e tirava le palle di neve. Una farsa. Quando lo scandalo esplose, Boniperti e Chiusano mi dissero di scovare Cruciani e convincerlo a non testimoniare contro la Juve: se li avessi aiutati, loro avrebbero aiutato me. Fui di parola, incontrai Cruciani al cancello 5 di San Siro, ero mascherato. Una scena surreale. Lui accettò e la Juve si salvò dalla retrocessione. Ma alla fine pagai soltanto io.
Le è rimasta la possibilità di raccontare.
Neanche quella. Ho dato fastidio a gente potente. Mi hanno minacciato di morte e poi coperto con gli insulti. Per i Savoldi e i Dossena ero un bugiardo, per Rivera un pornografo. Se l’era presa perché lo descrivevo per quello che era, una fighetta. I miserabili sono loro. Mi impedirono di andare persino a parlare nelle scuole. Zitto dovevo stare, ma non ci sono riusciti.
E la scrittura?
Mi è rimasta solo quella. Il nuovo libro, Lucianone da Monticiano, è ancora su Moggi. Il mio compaesano. Uno che pur squalificato continua a ricattare e a fare il mercato di mezza Serie A. Ma non sarà l’ultimo.
Perché?
Mi dedicherò a ricordare mio figlio Diego. Morì a 19 anni di tumore, mentre chiedeva di vedermi e io ero in Francia, in fuga dai creditori. Non me lo sono mai perdonato. Gli farò un regalo. Proverò a sentirmi vivo. Sono distrutto e sofferente, ma non mollo. Vivere, ancora, mi piace.
Ci sarà tempo?
Non è detto. Penso sempre al giorno in cui ci sarà giustizia. Aspetto ma non viene mai.




Dal sito www.violanews.com
16 aprile 2012 - di Roberto Vinciguerra

E’ MORTO PETRINI, IL GRANDE ACCUSATORE DEL DOPING
Alle 5 di stanotte ha cessato di battere il cuore di Carlo Petrini, ex calciatore degli anni settanta (Campione d’Europa col Milan nel 1969), ma, soprattutto, grande scrittore di libri soprattutto di accusa verso la parte malata del mondo del calcio, ovvero sul doping, sulle scommesse illegali e sulle morti bianche (come nel caso del libro sulla assurda scomparsa di Donato Bergamini).
Carlo Petrini è passato alla storia come il primo “reo confesso” del calcio italiano. Nel suo libro “Nel Fango del Dio Pallone” riuscì a portare alla luce inquietanti risvolti di una parte del calcio che nessuno conosceva, ovvero facendo un duro esame di coscienza a partire da ciò che lui aveva fatto durante la sua carriera. Attraverso la sua esperienza personale ha fatto conoscere a milioni di persone le pratiche dopatorie e quelle legate alle scommesse nel calico professionistico, senza mai ricevere una querela per i contenuti dei suoi libri.
Negli annio scorsi aveva concentrato la sua attenzione letteraria verso il processo per doping che aveva visto protagonista la Juventus.
Il suo corpo, minato da diversi tumori, non è riuscito a superare l’ennesima difficile prova a cui la vita lo aveva sottoposto.
I funerali sono previsti a Lucca nella giornata di domani alle ore 14:30.


Dal sito www.violanews.com
17 aprile 2012 - di Roberto Vinciguerra

FOLLA AI FUNERALI DI PETRINI: TRA I PRESENTI IL PM NARDUCCI
Si sono tenuti nel pomeriggio, a Lucca, i funerali di Carlo Petrini, ex giocatore e stimato scrittore, primo grande pentito del calcio italiano, in grado di fare emergere, attraverso i suoi scritti, tutti i retroscena sulle pratiche dopatorie e sulle scommesse illegali nel mondo del calcio professionistico. Oltre la moglie Adriana ed i figli Barbara e Giancarlo, erano presenti alle esequie molte persone fra cui spiccava sicuramente la figura dell’ex PM di Calciopoli Giuseppe Narducci, che in passato ha dichiarato di essere un grande ammiratore di Carlo Petrini.
A dare l’ultimo saluto all’ex attaccante del Milan campione d’Europa nel 1969 c’erano, tra gli altri, anche alcuni ex compagni di squadra di Petrini come Kurt Hamrin, Romano Fogli e l’ex viola Claudio Bandoni, oltre ad altri ex giocatori come Paolo Stringara, Giovanni Zamboni e Dario Spagnoli.
Non sono passate inosservate le presenze di Donata Bergamini (sorella di Donato, il giocatore del Cosenza ucciso in circostanze particolari , che hanno indotto i magistrati a riapire l’inchiesta dopo 20 anni), Gabriella Beatrice (moglie di Bruno, il calciatore morto di leucemia a causa di pratiche mediche disumane, per le quali è stato ritenuto colpevole Carlo Mazzone) e Ivano Fanini (storico Patron dell’Amore&Vita, oggi considerato il simbolo della lotta al doping nel ciclismo).
Toccanti le parole pronunciate, al termine della funzione, dall’attore milanese Alessandro Castellucci, protagonista in passato della famosa piece teatrale “Nel Fango del Dio Pallone” tratto ed ispirato al best seller di Carlo Petrini.
Nonostante la decina di squadre in cui Petrini ha militato nella sua carriera, solo l’AS Roma ha partecipato al dolore dei familiari e dei cari attraverso una corona di fiori consegnata personalmente nella giornata di ieri dal D.G. giallorosso Franco Baldini.